Dopo Charlie Hebdo

E ho in mente noi, seduti a cena, mentre dietro i vetri l’inverno ha già fatto calare il sole- troppo presto; noi, mentre il telegiornale strilla a volume basso e noi lo lasciamo lì come un sottofondo a farci compagnia, con il compito di farci credere il numero di commensali maggiore di quanto realmente lo sia; come una presenza a cui dare voce nel momento in cui la conversazione tra di noi tace, come fosse un convitato di pietra da far intervenire al momento giusto, un commensale invadente a cui si presta attenzione solo quando più piace.

Abbiamo così imparato a cenare lautamente sulla fame dei bambini di tutto il mondo, sulle bombe sganciate, sulle case sventrate degli altri, sui rivoli di sangue inquadrati indugiati per un sempre troppo lungo istante, sui dolori delle madri e dei padri, sulle sparatorie criminali e sui misteri irrisolti.

Il tintinnare sacrilego delle nostre forchette si mescolava alle altre vite, alle altre morti, come se non ci riguardassero o non dovessero riguardarci mai.

Ora, ci sono momenti in cui tutto tace, anche le forchette, e in cui i nostri sguardi si incrociano oltre la caraffa, la bottiglia ed il pane. E ti vien da ringraziare per ciò che hai. Per ciò che ancora hai.

All’arrivo di certe notizie scende il silenzio, un silenzio turgido di terrore; un silenzio che in casa tua non avresti mai voluto ascoltare.

E all’arrivo di quel silenzio ti chiedi una cosa, che forse non è corretto dire, che forse non è nemmeno lecito pensare, ma che tu ti chiedi, con forza mista a ribellione e a rassegnazione. Ti chiedi se quel silenzio, quegli sguardi, quella sensazione che aleggia a mezz’aria sulla la tavola, non siano gli stessi sguardi, lo stesso silenzio, la stessa sensazione che aleggiò in ogni famiglia ebraica prima delle leggi… prima del baratro che presto sarebbe stato.

E non hai la forza di risponderti, non hai la forza per esprimerti, e non vuoi condividere con chi sta seduto con te questo dubbio perché temi che sia anche il suo.

Ma qualcosa dentro te sa, e non è solo una sensazione.

E ti accorgi che questo momento ci ha già tolto qualcosa. A noi. Alla nostra famiglia.

Di certe cose non riusciamo a parlare.

E ti chiedi se ci sarà mai qualche moderato che come Shindler o Perlasca che aiuterà; se qualcuno in qualche fortunoso modo si salverà; o se sarà più facile che un moderato diventi anche lui integralista, pensando di tornare alle origini, alla verità. Perchè in fondo tu l’hai visto, che dal social di alcuni moderati a te molto vicini spuntano pistole e qualcosa mezzo arabo mezzo inglese che dice che ti farà a pezzi se nomini il nome di Allah.

E ti chiedi se riuscirai a salvarti qualche soldino per fuggire in America: saprai qual è il momento giusto? Riuscirai a riconoscerlo?Ce la farai?

E finito il telegiornale ti rendi conto che l’Europa deve per forza credere nei moderati. O almeno deve dichiarare di credere in questo. Perché se dichiarasse il contrario avrebbe una bomba in casa; e se dichiarasse il contrario dovrebbe mostrare i denti, e mostrare i denti significherebbe schierare un esercito. Ma l’Europa un esercito non ce l’ha. E allora deve credere e investire nei moderati, sperando che non siano la fiaba con cui si narcotizza il bambino alla sera per farlo dormire, o la morfina con cui si augura una dolce morte a un malato terminale.

L’Europa si vanta della sua utopia di pace. Ma se pace significa non promuovere la guerra e non dichiararla, ciò non vuol dire rinunciare a difendersi. Abbiamo smantellato gli eserciti, non siamo in grado di opporci. E questo certa gente lo sa; e sa anche che alcuni moderati, quando i non moderati arriveranno con le bandiere nere e i tagliagola, cambieranno idea e li seguiranno.

A volte immagino di scrivere al mondo che seguirà il nostro (già, perché il mondo finirà, se quelli conquistano uno stato con a disposizione tecnologia nucleare; e non mi sembra che a questo manchi molto). E l’invito che posso fare è questo: credete e coltivate la pace, ma non rinunciate alle armi; esse servono per difendere ciò in cui credete e ciò che amate.

Ma chissà se questa lettera arriverà mai loro: tra qualche anno probabilmente un certo tipo di censura cancellerà ogni cosa che non sia araba su sfondo nero. O verde.

Intanto, come a tutti gli europei, non mi resta che aspettare sperando che la favola della moderazione non sia solo un’illusione. Augurandomelo con tutto il cuore.

9 pensieri su “Dopo Charlie Hebdo

      1. Anche in USA dicono così. Compriamo armi da tenere in casa per difenderci dai malviventi e poi le stragi e gli incidenti sono all’ordine del giorno. Riesco a capire il tuo pensiero, ma non posso credere che l’ultimo rimedio per la via della pace sia avere tra le mani un oggetto così pericoloso.

        1. Quando le minacce sono serie, forse è bene difendersi;per armi intendevo perlopiù l’esercito, non l’armamento di civili che- tu correttamente sostieni- porta solo a stragi e a dolore. Probabilmente mi sono espressa in modo poco chiaro.

  1. Anche io durante i pasti non guardo la tv… mi domando perchè soltanto ora adesso doppo la stragge di Charlie Hebdo la gente sento cosi bisogno di pace… non capisco questa solidarietà per 12 persone, mente qui fuori nel mondo muoiano a causa della ingiustizia ogni giorno oltre 2000 persone per il maltrattamente e omicidio di cui nessuno parla… perche nessuno di noi va per la strada per salvare la gente di siria 200.000 morti e oltre 3 milioni di rifugiati???

    Vorrei li vedere uniti la politica per cambiare qualcosa… ma fra un paio di settimane nessuno pensa più alla stragge di Charlie Hebdo e la unione fra la gente rimane solo un ricordo su un filmato in un archivio…

    questo e la realtà purtroppo.. e questo mi dispiace tantissimo

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