Non ditemi che non vi è mai capitato…

Ogni giorno, almeno una volta ogni dannato e benedetto giorno, sento la necessità di fingere.

Può essere una bazzecola, può essere una cosa più grave.

Io sguazzo nella menzogna e mi sento a mio agio. Il sotterfugio mi gratifica, mi fa sentire intelligente. Sono lo spirito incarnato del male. Sono una mela marcia che gode a infettare le altre mele.

Io sono il virus, io sono il più infimo essere che vi è mai capitato di incontrare.

Ma no Lupus non esagerare! Quest’ultima parte in corsivo è (ovviamente) un’esagerazione. Però a volte il pungolo della bugia mi stimola.

Ditemi, vi prego, che non sono l’unica…

 

Fides

‘Fiducia, fede’ e molte altre cose.

Ma anche ‘fedeltà, lealtà, onestà, integrità’ e molte altre cose.

Questa bella parola scritta a caratteri normali sul mio dizionario di Latino e spiegata in un lemma che occupa un paio di colonne, è spesso condannata a restare tra le pagine di libri desueti e  manca sempre più nella concretezza quotidiana, sia nella prima accezione che nella seconda.

Società liquida, società in cui manca la fiducia (accezione 1); e la fiducia manca perchè manca l’onestà (accezione 2). I due significati sono interdipendenti.

Il circolo virtuoso è disinnescato dai nostri tempi convulsi e privi di valori, dove l’integrità morale è caratteristica di pochi (spesso esclusi).

 

Senza poter dare fiducia all’altro, si può essere Persone vere?

Senza essere persone degne di fiducia, si può essere Persone vere?

In assenza dell’applicazione reale entrambe le accezioni, non credo esista Umanità.

Semel (vattene!)

Semel, una volta; una sola volta.

Drammaticamente questo mio istante non ritorna, non ritorna la mia pigiatura  del tasto, non ritorna la lettura tua della mia parola.

Non perdere il tuo tempo qui, c’è molto di meglio da fare.

Esci, vattene, non importartene delle mie parole.

Semel, una sola volta.

E non ci sei più.

Lasciarsi aiutare

Metto da parte le mie beghe interiori, ogni tanto; quelle che faccio con me stessa ogni giorno.

Le metto da parte per provare ad andare d’accordo con gli altri. E non so se sia ipocrisia. In certi momenti-almeno- voglio credere di no. Voglio credere che aprirmi agli altri risolva i nodi che si nascondono nei miei angoli bui.

In altri momenti capita invece di pensare che costruire relazioni durature su nodi e angoli bui sia come non dare a queste relazioni adeguate fondamenta.

Ma poi mi chiedo se anche gli altri non abbiano angoli bui, che opportunamente nascondono al momento di iniziare la costruzione, e poi eventualmente li svelano piano piano, quando l’amicizia è matura, per lasciarsi aiutare a scioglierli.

Forse anch’io ho bisogno di questo passo. Fissare lo sguardo sui nodi e sugli angoli oscuri della mia personalità non aiuta. Bisogna rialzarsi per poi lasciarsi aiutare a far entrare la luce.

 

 

Fare ordine: bisogno di esistere

Fare ordine senza lasciarsi invadere dagli spazi e dai pensieri altrui: è una sorta di imperativo per me. Da sempre. Molto più impellente in questo periodo di grandi riflessioni.

Ma cos’è un uomo se non un insieme inestricabile di esperienze, la maggior parte delle quali ci deriva dagli altri?
Scriveva il noto scrittore Paul Auster: “Tutti siamo estranei a noi stessi, e se abbiamo nozione di chi siamo è solo perchè viviamo negli occhi degli altri“.
Sacrosante parole.
E allora chi sono io? Dove finisco io e dove inizi tu? Oppure io, tu, entità che fin dall’infanzia la maestra ci ha insegnato essere separate, due pronomi diversi, due soggetti autonomi e scissi… io e te siamo una cosa sola?

E allora aveva ragione Platone con i suoi esseri sferici e le sue due metà di una stessa mela…

E allora l’amore cos’è? E il sesso è la netta ricomposizione di me e te? E se io non ti amo fisicamente (già perchè non posso e non voglio accoppiarmi con tutti, tengo marito! :-)) restiamo scissi fisicamente ma siamo uniti comunque a livello di anime e di essenza perchè io sono parte di te e tu di me?

Che assurdo mescolarsi di pensieri, io che mi sono sempre ritenuta un’identità unica; anzi più unica che rara a dire il vero…
Ora scopro che non è vero. Io non sono uno. Io sono pluralità. Pluralità mio malgrado anche con le persone che non vorrei mai incontrare e con le quali debbo condividere un percorso(sul lavoro o per altri illogici motivi che rendono la mia vita non sempre libera di rifiutare certi contatti). E di queste ‘brutte’ persone io assimilo certamente qualcosa che contribuisce a definirmi.
Aiuto!C’è da diventare pazzi. C’è da rinchiudersi in una stanza ed evitare l’incontro con certe regali grettezze…
Ma poi infondo è solo uscendo dal guscio che ci si arricchisce.

Dunque io non esisto in forma autonoma. Io sono te, tu sei me. Io sono voi, voi siete me.
Panta rei, tutti scorre- direbbe Gabbani con Eraclito. E tutto si fonde- aggiungo io.

Io esisto solo se ci sei tu. Se ciò sia un bene, io non lo so. Ma ho bisogno di esistere. E ne soffro.
(Scusate il richiamo velato a Catullo nell’ultimo capoverso… Odi et amo… è come il dissidio che mi succede. Dentro).

Sottigliezze e malattie dell’animo

Sottigliezze: chi ci fa più caso?

Le cose da fare premono e ci spremono, tolgono il tempo, e non c’è più tempo per curare il dettaglio. Ma nemmeno per accorgersene.

Diventiamo sempre più approssimativi e non ci accorgiamo che svuotare una vita dei suoi particolari, se all’inizio può non apparire un problema, alla lunga rischia di svuotarla di significato. Di senso. Di quel senso che ogni giorno disperatamente cerchiamo.

Sottogliezze. Vorrei più tempo per le sottigliezze.

Sottigliezza è cura, è amore, è dono.

L’approssimazione è uno dei mali della nostra società, che in nome della quantità trafigge la qualità.

Sarà forse perchè ci manca la cura dei particolari che ci sentiamo poco amati? Estremamente soli?

Voglio più tempo per le sottigliezze: forse troverò il mio senso.