Ritorno alla terra, ritorno alla vita vera.

Bisaccia (AV), 1981, Agricoltura tradizionale.

Bisaccia (AV), 1981, Agricoltura tradizionale. (Photo credit: Fiore S. Barbato)

Il primo fiore sbocciato nel nostro giardino è una rosa. Doveva essere gialla, come ci è stato garantito al momento dell’acquisti, invece è d’un rosso divertente che s’assomiglia al tramonto nei giorni più incandescenti dell’estate. Sarà… scherzi del destino.

Qualche giorno dopo lo sbocciare della rosa ha fatto timida comparsa una fragola, che poco a poco ha preso colore e ha addolcito il primo assaggio con il gusto nuovo delle cose buone.

Sarà un caso, ma le prime cose nate e raccolte dal nostro orto- giardino sono ROSSE. Come l’amore.

Ora aspettiamo che cali la pioggia che e che compaia ancora qualcosa che ci dia felicità.

Perchè ho notato che c’è più gioia in queste piccole cose che nascono più per volere divino che per cura nostra, che nell’impegno gravoso nei confronti di chi non vuole imparare o crescere o lasciarsi appassionare (il riferimento è purtroppo al mio mestiere, che spesso non dà i risultati nonostante investimenti ingenti di energia).

Quasi quasi mi dò all’agricoltura. E non sto scherzando. A contatto con la terra le fatiche (dallo strappare le erbacce all’annaffiare, al vangare…) le fatiche mi temprano e mi fanno stare bene, mi rilassano e mi lasciano pensare: la mia mente corre lungo le strade della vita, l’immaginazione si fa verace. Io mi sento più persona di quanto non mi sia sentita mai.

Aforisma?

Solitudine

Solitudine (Photo credit: Valerio Pirrera)

Non far d’ogni erba un fascio, ma d’ogni solitudine un senso.

Superomismo in barattolo ermetico e contorno di simpatia.

Alcune persone ci restano impresse per la loro capacità di mantenere le distanze e di escluderci da ogni comunicazione. Sono perlopiù colleghi che amano celarsi dietro a una sorta di superomismo. Al loro comparire, hanno la capacità di ingenerare nei presenti un silenzio di rispetto come se, in fondo, di fronte a loro ci si sentisse come di fronte a degli esseri divini.

Non parlano mai con nessuno, non salutano nemmeno quando incontrano a un metro di distanza , e non importa se tu sei più giovane o più vecchio, più esperto o meno esperto di loro; non è nemmeno una questione di ‘lunaticità’: loro si sentono superiori a tutti, e basta.

Senonchè, quando sono toccati sul vivo da alcuni problemi che scoprono di poter condividere con il gruppo di colleghi, forse (ma solo forse!) iniziano a scendere dal loro fulgido piedistallo e, nell’esatto momento in cui si avvicinano e cercano il contatto umano, a noi poveri mortali capita di renderci conto che quell’aurea divina da saccente cela in realtà un’obruta (scusatemi il termine, ma proprio è così!) dicevo un’obruta grettezza.

Eh sì, perchè in fondo credo che ci voglia molta più intelligenza a confrontarsi con gli altri, specie quando sono antipatici ed hanno opinioni diverse dalle nostre, che stare soli nella propria bolla di sapone, convinti che tutto il resto sia niente. Certo, il sapersi mettere a confronto con gli altri richiede la grande umiltà di accettare che vengano posti in luce i propri difetti…

Credo fermamente che si imaara (e non uso il congiuntivo perchè per me è una certezza!) si impara solo dagli altri, e si impara solo condividendo con gli altri ciò che si sa. Non certamente nascondendo il proprio sapere ( specie se presunto) dentro a un’ostile barattolo di vetro a chiusura ermetica impossibile da servire con salsa simpatia.

Miracolo

Italiano: Sentiero del giardino

Italiano: Sentiero del giardino (Photo credit: Wikipedia)

Ho lasciato che il mio tempo si perdesse nel mio giardino, con i sospiri che si dondolano sull’amaca, e una rosa appena sbocciata tra l’ombra ed il sole.

Ho lasciato che il mio tempo si perdesse tra le cose piccole della vita, quelle che in fondo sono le più vere e che danno gioia al cuore.

L’ho fatto per qualche giorno, come un’eremita che trova nel nulla e nel silenzio tutta la pienezza dell’anima. E l’ho trovata, questa pienezza, tanto da non potermene più staccare, come se bevessi ad una fonte di infinita bellezza…

La sera le stelle guardavano da un mondo troppo lontano per essere vero, e da lì si poteva percepire il respiro di Dio. Sembrava il respiro di un bambino e avrei voluto cullarlo nel suo sonno lieve e dolcssimo, avrei voluto cantargli una ninna nanna come una preghiera, per tutte le volte che non mi sono accorta che era lì o che non l’ ho voluto vedere pensando mi potesse giudicare; avrei voluto pregarlo ma non trovavo le parole. Spremevo le palpebre in cerca di una lacrima che non arrivava, per potergli donare l’argento delle cose trafitte; avrei voluto dare qualcosa, anche un solo forse, ma avevo solo me, con i miei difetti, con i miei gravissimi dissesti. Forse l’accenno di una poesia, ma era incompiuta.

Ad un tratto Lui ha allungato la mano e  ha preso ciò che ero con una carezza, e subito me l’ha ridato, centuplicato.

Resto ancora qui, ancora, in cerca di un miracolo. Ma con una certezza.