Accettarsi

Sapete quando vi sfuggono le parole, o inserite nella frase una parola che rendono il significato il contrario di quanto volevate dire…

Sapete quando vi sentite stupidi per un lapsus che toglie la credibilità al vostro momento, al peso che volevate dare alla vostra comunicazione…

Ci sono dei periodi in cui accade molto spesso; mia mamma dice che è stanchezza, io sostengo sia forma mentis. Esatto, una forma mentis contorta che porta a farfogliare qualcosa di insensato.

Se ci si fa caso, poi, ci si accorge che le persone che più commettono questo tipo di errore, sono anche le persone più disordinate nella gestione dei propri spazi.

Mi chiedo spesso perché io sia così, e mi chiedo anche quando riuscirò ad accettarlo!

Crisi di nervi

Ok. Con domani manca una settimana. E se il buongiorno si vede dal ma(s)tino che c’è in me, oggi sarà una giornata da dies irae.
Ok. Mi dicon tutti che dovrei rilassarmi, che ormai è tutto a posto e che non resa nulla da fare se non prendersi un po’ cura di sé. Ma come si fa se tutte le grane paiono piazzarsi lì sul tuo cammino proprio mentre cerchi di fare training autogeno?
La macchina che si rompe;
La cantante che ha un forte mal di gola e che ti chiama qualcuno a sostituirla;
L’amico che suona che non ti fa sapere quanto costa perchè lo fa per amicizia e tu ti senti una demente;
La mamma che sklera perchè non le piacciono le bomboniere e le vorrebbe riempire (eh?!!!!!!) di miele…
I suoceri che se ne fregano quando avresti bisogno di una mano;
il vestito che bisogna stringerlo perché sei dimagrita troppo- lo dice la sarta, ma tu sei dimagrita solo un un kilo e mezzo e non di 4 centimetri sui fianchi come sostiene lei- che abbia sbagliato a prendermi le misure?

Ok. Con domani manca una settimana. E se non riesco a narcotizzare il mastino che c’è in me, rischio che mi verrà una bella crisi di nervi.

Manca una settimana, per chi non lo sapesse, a questo.

Passerà?

Ci sono periodi in cui provare un’emozione sembra un lusso; il viso è tirato, la pelle stanca nonostante la crema e la controcrema, le labbra guardano in giù e sembrano voler rimproverare chiunque si avvicini o si azzardi a dire qualcosa, le braccia sono conserte e non si aprono più agli abbracci, e poi la voce è stridula e non sembra nemmeno la tua…
Ci sono periodi in cui provare un’emozione ti farebbe piangere per la bellezza di poterla riprovare. Forse il cuore si scioglierebbe, gli occhi si spalancherebbero un po’ di più e vedrebbero un po’ di sole, e forse il calore della primavera riuscirebbe a toccare le spalle e a dare una scossa a quello che c’è nella cassa toracica, o che forse non c’è più perché non lo senti, quel marchingegno assurdo che si dovrebbe chiamare cuore.
E che tu non sai dov’è finito.
Ci sono periodi in cui arrivi al punto di temerle, le emozioni; perché sai che ti potrebbero travolgere, e allora provi a tenerle a distanza, ma tenendole a distanza impari a distanziartene, a comportarti come se non esistessero nella vita; e questa scuola ti lascia un segno per sempre. O almeno così sembra.
Chissà dov’è finita la parte sensibile di me- ti chiedi; ma anche se cerchi nel fondo e nel doppio fondo della tua cantina, non la trovi; e quelle bottiglie buone conservate per i tempi migliori ad invecchiare laggiù nel buio dove la temperatura è migliore, quelle bottiglie non le trovi più. E non le hai bevute.
O forse le hai bevute ed era nel passato che eri ebbra di vita e poi questo effetto si è esaurito… forse hai toccato la vecchiaia dell’anima prima di essere consapevole di esser stato giovane…
Forse.
Parola magica, il ‘forse’, dietro cui nascondi molto, o tutto, come fosse un tappeto sotto cui giacciono irreprensibilmente nascosti gli scheletri che non vuoi far vedere, nemmeno a te stesso…
Forse.
Ma la realtà è che un automa può avere più lacrime di me, oggi, più sorrisi di me, oggi, più vita dentro da vivere e condividere.
MI chiedo se passerà…

Il mestiere di ogni tanto

Così, all’improvviso, sentirsi fragili. Come se fosse nulla, come se le cose fossero buone e cattive insieme.

Così, come se tutto vivesse dentro e non lo sentissi crescere; ci sono cose che non puoi sapere prima che avvengano; cose che non puoi sapere nemmeno dopo che sono andate via.

Così, solo così, sentirsi inermi è il mio mestiere ogni tanto, quando scordo di esser vivo, quando penso d’esser su un sentiero importante che mi porta lontano…

Incipit traumatico di un romanzo che non scriverò mai

La cosa che maggiormente lo preoccupava, era il fatto di non sapersi più appassionare.

C’erano stati tempi in cui un accenno a qualcosa lo avrebbe fatto volteggiare a mezzo metro dal pavimento; invece ora era calma piatta, come se un rullo compressore fosse passato a premere su di lui uno strato impermeabilmente nero di catrame; di asfalto. Così, coprendo come se niente fosse un mosaico meraviglioso e preziosissimo. Così, senza che nessuno protestasse, nemmeno lui.

Certo la bellezza si trovata ancora in fondo al suo cuore, ma non riusciva più a uscire.

Quando gli venivano in mente questi pensieri, si accorgeva anche di un’altra cosa: era troppo tempo che non si sfogava. Capitava, alcuni anni addietro, che in certi giorni piovosi o nuvolosi, tutto il suo male fluisse fuori come un liquido amaro fatto sgorgare dalle vene; e questo gli faceva bene, lo scaricava, gli toglieva di dosso tutte le tensioni accumulate e lo preparava per una nuova ripartenza.

Ma erano anni che non succedeva più.

Immensi anni.

Si chiedeva se con il rintocco dei trenta, avesse perso la sua malinconica poeticità, così come la perdono gli adolescenti quando entrano nella fase adulta: smettono di interrogarsi sul senso delle cose e prendono ad agire. Sbocciano.

Ma a trent’anni poteva essere persino ridicolo trovarsi a pensare di essere sul punto di uscire dalla fase adolescenziale; a trent’anni uno è ormai adulto.

O no?

La gente gli aveva sempre detto che era sempre stato più maturo degli altri, ma lui sapeva bene dentro di sè di essere più bambino dei suoi coetanei; il problema era che riusciva a mascherare bene questo suo essere infantile, e gli altri non se ne accorgevano. Dentro sé sapeva che forse proprio per questo, avendo ormai 32 anni, si poteva dire appena uscito dal medioevo adolescenziale.

Vi era definitivamente uscito la prima volta in cui si era accorto che da mesi non si rinchiudeva da solo in stanza a piangere.

E non aveva festeggiato, perché non sapeva se c’era da festeggiare.