Carta e penna

HO bisogno di carta e penna, ho bisogno dei miei spazi; che tu ci creda o no, ho bisogno di silenzi in cui nemmeno tu ci sia.
Ho nella valigia ancora troppi sogni e ho maturato la netta impressione che non riuscirò mai a realizzarli. Non di questo passo.Ma un passo non è niente, e lo si può cambiare.
Ecco perché ho bisogno di carta e penna, e tra me e loro tu non ci puoi stare.
Ho bisogno di parlare a me stessa per ritornare a essere me.

Pensiero senza coda

Affascinante sentire che le cose cambiano- e pensi in meglio.
Affascinante, ma un po’pericoloso. Eppure la vita va bevuta così, con le estati e con i ghiacci dell’inverno, come capita.
E aveva davvero ragione quel tale, che quella volta mi aveva detto di seminar parole, che dalle parole prima o poi germinano le poesie. Di continuare a seminarle, di non stancarmi, che prima o poi ne esci te stesso, riflesso nello specchio, delineato alla perfezione, come se ti conoscessi da sempre e fossi sicuro di essere tu, senza dubbi di identità (ed è la poesia che ti consente di riconoscerti, malgrado le spine della vita).

L’ora del tè

A volte ti ritrovi senza parole; è così e basta, e non c’è una causa precisa per questo fenomeno. Qualcuno potrebbe dirti che se tu la cercassi, sicuramente una causa la troveresti; ma tu sai bene che non c’è. Sei senza parole e basta. E non intendo le parole da scrivere, né quelle da pronunciare, intendo le parole dentro, quelle che di solito appaiono invisibili attorno alla tua testa come fumetti di cartone o di vapore. Non ci sono. Scomparse. Provi allora a sondare il tuo cuore, a indirizzargli la tua attenzione, per cercare di capire se dal tuo petto esca un raggio di calore, ma ti sembra di avere una spugna indurita, e sai benissimo che quella del cuore di pietra è una metafora troppo sfruttata fin dall’albore dei tempi, ma è proprio così che ti senti: con un sasso in fondo alla gola. In genere, quando eri giovane, ogni volta che ti accorgevi di non avere più l’anima, ti veniva da piangere; e le lacrime, colando sulle guance e nell’incavo tra le orecchie e le spalle, servivano a schiudere di nuovo la serratura serrata delle emozioni. Ma ora, che non sei più un poeta, questo non accade. Qualcosa ti distrae da fuori la finestra, e ti chiedi se la foglia si sia mossa apposta per salvarti; per salvarti da te stesso e dai tuoi miseri pensieri; ma non ti sai rispondere, perché sarebbe troppo presuntuoso pensare che ci sia una provvidenza là fuori, che fa accadere le cose per te; certo sarebbe bello se così fosse… ma sei più ateo di quanto tu stesso immaginassi. E ti rendi conto che da troppo tempo non ascolti parole su Dio, e ti rendi conto che ti manca qualcosa. Ma come ci si può accostare a Dio se non si ha più un cuore che senta o che possa assorbire amore? Forse il problema è che un cuore può assorbire amore solo quando ne dà. E’ una cosa strana, lo so, è un concetto astruso. Ma ti accorgi di credere fermamente in questa massima. E ti condanni definitivamente alla distanza. E il cielo non si lascia intravvedere oltre la siepe del vicino che imperterrito prende il sole non occupandosi dell’anima, né del cuore, né di ciò che si è dentro. E allora ti dici che forse sei più vicino di quanto tu pensassi all’avere un’ anima , perché non hai raggiunto quell’infimo livello di chi nemmeno si interroga. Ma chi non si pone domande non sta di certo male come te; perché non può vedere l’abisso che ha dentro. E per un attimo vorresti essere il palestrato di turno con la lampada appena fatte le gambe perfette,  privo di senso o di qualsiasi ricerca di un senso, ma vivo. Perché la tua esistenza ti appare in bianco, superflua almeno quanto i suoi peli. Ma stai andando fuori strada; ti stai inacidendo; e ti accorgi che hai un lapsus e non ricordi più a cosa stessi pensando quando il tuo pensiero è iniziato. Alzi le spalle e sospiri. E’ l’ora del tè.

I conti che non tornano

Le parole a volte non tornano. Un po’ come i conti.

Ma se un errore di numeri e calcoli, rivedendolo, poi si può cancellare, le parole mi spieghi come fai a modificarle? Cambiarne singole lettere non porta a nulla, anzi molto spesso intorbida ancor di più il discorso.E cancellarle non è possibile, specie quando sono state pronunciate.

Forse è per questo che preferisco le parole, perché lasciano trasparire veramente ciò che si è; e perché la matematica, per quanto difficile, si può sempre far combaciare. Le parole invece no, non sempre riescono a fare armonia,e quando è così fanno male.

Carta resistente

Carissimi amici, da oggi potete leggere sul blog cartaresistente.wordpress.com un mio piccolo contributo; qualche tempo fa, gentilmente Fernando mi ha invitato a partecipare all’iniziativa ‘Lettera aperta’, così ho tolto le redini alla mia fantasia e mi sono cimentata in questa divertente forma di scrittura…

Non vi anticipo altro… se siete curiosi andate a vedere…

E mi raccomando, fateci sapere se vi piace!

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